Wim Mertens


WIM MERTENS

Wim Mertens, pianista e compositore fiammingo, è tra i musicisti d’avanguardia che hanno spinto la propria ricerca fino a creare un linguaggio musicale assolutamente personale e distintivo: chiaroscuri, intimismo e solarità, sperimentazione e romanticismo. Durante il concerto per pianoforte e voce, Mertens dialoga con il suo strumento, utilizzando un suo personalissimo “linguaggio” vocale, un inusuale canto in falsetto fatto di suoni e non di parole.
Una “petite musique de chambre”, come lui stesso la definisce, che nasce da piccole intuizioni e accostamenti ricercati. Mertens ha coniato una nuova forma di minimalismo, meno rigido e più emotivo. Una musica colta ed accessibile, al tempo stesso.
A una lunga serie di prodotti discografici, dagli album per pianoforte e voce a quelli con ensemble e grandi orchestre (tutti lavori che non nascondono mai il principio di dare al disco il giusto ruolo di oggetto d’arte), alle colonne sonore per il cinema (è sempre riuscito a stimolare sensazioni di eccitazione, nostalgia, conflitto, passione, interpretando e impreziosendo le scene di grandi registi come Greenaway, Cox, Boutron, Delluc e Shaw) e il teatro, affianca da sempre una feconda attività concertistica sui palcoscenici di tutto il mondo.
Una musicalità sostanzialmente diretta, affascinante, che cattura l’ascoltatore anche meno smaliziato. Eppure lo stile forte di un’intrinseca complessità e di un’ardita struttura labirintica hanno fatto di Wim Mertens un vero e proprio maestro nella divulgazione della musica contemporanea che, tra citazioni e richiami, svolge la propria matassa in più direzioni, risalendo da quella classica alle origini stesse del minimalismo.
Molti lo collocano nella galassia indefinita dell'ambient music, affollata di suoni rarefatti e atmosfere statiche. Ma il compositore fiammingo ne rifugge la freddezza: "Il mio scopo - racconta - è comunicare le emozioni attraverso la musica e utilizzo prevalentemente la melodia perché credo sia il miglior mezzo per esprimerle".
Un intenso lavoro, una lunga serie di prodotti discografici, le colonne sonore per il cinema e per il teatro, la feconda attività concertistica svolta sui palcoscenici di tutto il mondo. Le sue storie raccontate non con le parole, ma con l’intima delicatezza del suo personalissimo “linguaggio” vocale.
Trent'anni anni fa Wim Mertens pubblicava "Struggle For Pleasure", uno dischi che hanno fatto la storia della “new music” europea. E uno dei brani che è rimasto maggiormente nel cuore di un pubblico sempre più numeroso e appassionato.
Il compositore e pianista belga, che continua con determinazione il suo cammino innovativo di ricerca e innovazione, propone in concerto le nuove composizioni (fra cui il brano che il Portogallo Capitale della Cultura 2012 gli ha commissionato) e, per l'occasione, i brani composti nei primi anni della sua carriera. Pagine come “Close Cover”, “Struggle For Pleasure”, “4 Mains”, “Multiple 12” sono ormai considerati dei "classici" in tutto il mondo.

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Una musica senza nome.
Giampiero Bigazzi

Quando penso a Wim Mertens, raffinato musicista e intellettuale, e alla sua musica, lieve ma interiormente complessa, m’immagino momenti di pacata quotidianità, romantica e minima, intima. Piccole ma intense stanze con molta luce, un chiarore che ti riscalda dentro. Finestre che offrono sprazzi sul profondo verde delle Ardenne o sull’ondulata linearità delle Fiandre. M’immagino un leggero vento, di quelli che ti svegliano e ti obbligano a pensare, e il Mare del Nord, freddo ma coinvolgente, come sfondo.
Pianista e compositore fiammingo, Mertens si è imposto come ricercatore di musiche non convenzionali, come un artista paradigmatico nel frastagliato universo dell’avanguardia europea. Le sue composizioni, improntate da chiari echi provenienti dalla tradizione classica e da una vocazione melodica di matrice popolare, appaiono sostanzialmente leggere, cariche di bellezza, ma anche intrinsecamente complicate, spesso articolate in ardite strutture labirintiche. Sviluppate attraverso un’intricata matassa di citazioni e richiami.
Un intenso lavoro sempre in equilibrio fra teoria e pratica: la lunga serie di prodotti discografici, dagli album per pianoforte e voce a quelli realizzati con originali piccole orchestre, a quelli dedicati a uno strumento solo (tutti lavori che non nascondono mai il principio di dare al disco il giusto ruolo di oggetto d’arte), le colonne sonore per il cinema e il teatro, la feconda attività concertistica svolta sui palcoscenici di tutto il mondo. Le storie raccontate non con le parole, ma con l’intima delicatezza del suo personale linguaggio vocale. Le orchestrazioni inconsuete, affatto altere.
In vent’anni di carriera (avendo intrapreso la professione di musicista relativamente tardi), ha fatto breccia sugli animi più sensibili, ma forse anche su una fetta di umanità contraddittoria e inaridita, preoccupata ma disponibile verso la libertà intellettuale. Verso una spiritualità laica. Verso l'uso dell' intelligenza. E quindi predisposta alla ricchezza dei sentimenti.
Mertens è un vero e proprio maestro della divulgazione d’avanguardia, con la sua musica colta e accessibile.
Una musica senza confini, senza timori, senza nome.

When I think about Wim Mertens, refined musician and intellectual, and his delicate but internally complex music, I imagine moments of every day calm, romantic and intimate, tiny. Small but intense rooms with a lot of light, a radiance that warms from within. Windows that offer glimmers of the deep green of the Ardennes or the undulating linearity of Flanders. I imagine a light wind, that wakes you and compels you to think, and the North Sea, cold but enthralling, as a backdrop. Flemish pianist and composer, Mertens stands out for his research into non conventional music, a paradigmatic artist in the fretted universe of the European avant-garde. His compositions, full of distinct echoes from the classical tradition and a popularly rooted musical vocation, appear fundamentally light, charged with beauty, but also intrinsically complicated, often articulated in bold labyrinthine structures. Developed
through an intricate coil of quotations and references.
Mertens’s work balances theory and practice: the long series of recorded works, from the albums for piano and voice to those made with small original orchestras, to those dedicated to a single instrument (all works which uphold the principle of granting the record its deserved status as work of art), the soundtracks for cinema and theatre, the prolific concert performances on stages all over the world. The stories told, not in words, but through the intimate delicacy of his personal vocal language. The unusual orchestrations, absolutely superb.
In a career spanning twenty years (having entered the music profession relatively late) Mertens has found his way into the most sensitive hearts, but maybe also into those belonging to a contradictory and withered slice of humanity, anxious, but receptive to intellectual freedom. To a lay spirituality.
To the use of intelligence. And therefore open to the richness of feeling.
Mertens is a real master in popularising the avant-garde, with his accessible and cultured music. A music without borders, without fear, and… with a name to came.

(translated by Tammy Corkish)

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Wim Mertens, Jérémiades

“Non opprimete il forestiero,
l’orfano e la vedova
e non verserete sangue innocente”
Geremia (7, 6)

Scovare le intenzioni extra-musicali nell’opera di Wim Mertens non è facile. Con i titoli, le immagini, i pochi segni non sonori che propone nei suoi lavori, la ricerca è quasi sempre ardua. E’ una sfida con l’ascoltatore, (non necessariamente) invitato a individuare i segnali emessi.
Con “Jérémiades”, un lavoro del 1995 per pianoforte e voce, il gioco degli indizi è meno pressante. In questo caso le tracce sono esili, ma ci sono. La fonte ispiratrice sono le Lamentationes Jeremiae, un brano importante della Bibbia, che appartiene sia alla liturgia ebraica che a quella cristiana. Il profeta Geremia canta la desolazione di Gerusalemme dopo la distruzione del 586 a. C., una commossa rappresentazione poetica che diviene grido lacerante contro la corruzione (“spelonca di ladri”) e un’invocazione al pentimento.
La forte emozione che questo testo infonde ha ispirato continui contatti con la forma musicale, a cominciare dalla diffusa presenza della musica nel racconto stesso del profeta. Il movimento dell’elegia è simile allo svolgersi delle musiche orientali, apparentemente ripetitive, modali, ma che si sviluppano avvolte in un crescendo coinvolgente e spesso drammatico.
Probabilmente le melodie gregoriane ad essa applicata, che rappresentano uno dei momenti più alti della tradizione, sono derivazioni dei corrispondenti canti sinagogali. Un percorso che ha attraversato secoli di partecipazione alla preghiera e alla musica.
Il Threnos di Geremia ha ispirato anche il canto polifonico e i compositori che musicarono il testo biblico furono molti, da Allegri a Orlando di Lasso, da Palestrina a Couperin, fino ad arrivare alla “Jeremiah Symphony” di Leonard Berntein (scritta nel 1943, quando la tragedia del popolo ebraico era al culmine) e ai Threni di Igor Stravinskij del 1958.
Un teso stimolante, quindi, e in fondo liberatorio, invocante il momento in cui gli empi e i malvagi verranno puniti. Ma anche consapevole che essi non lo avrebbero ascoltato, fino alla fine, ignari che solo il pentimento, e il castigo per una colpa comunitaria, possono portare alla ricompensa della liberazione.
Molto attuale, non c’è dubbio. Anzi, spesso attuale nelle tante epoche in cui l’umanità ha perso il filo della giustizia e della saggezza, facendosi risucchiare invece dalla desolazione della corruzione e dell’inganno.
L’immobile liricità della composizione di Wim Mertens sembra avere presente tutto questo.
Il suo è sicuramente un approccio laico, ma consapevole della profondità della scena che vuole narrare. E’ il quadro che Rembrandt disegnò, rappresentando un profeta seduto, pensoso, forse piangente (come lo descrive anche l’antica versione greca detta dei “Settanta”), di fronte al suo popolo condotto in schiavitù. E’ il profeta che riflette e si appresta a comporre il suo “lamento funebre”.
Mertens non rinuncia al consueto stile, all’estetica di una musica sempre più necessaria. E’ un incedere melodico, dolce e disperato. A tratti repentino, spesso monodico (come era, ovviamente, nel canto gregoriano). Canta fonemi che sembrano poesie, testi inesistenti che raccontano storie come se fossero vere. Lascia agli altri scovarne la trama. Crederci.
Forse è possibile riconosce i sentimenti che aggredirono Geremia. Le nevrosi, le insicurezze, le ribellioni, il senso di inadeguatezza, l’angoscia di non esser ascoltato. L’isolamento. Come una voce, sola con un pianoforte.

Giampiero Bigazzi

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WIM MERTENS

JEREMIADES
Jeremiah lamenting the destruction of Jerusalem

Wim Mertens,
pianoforte e voce

Giampiero Bigazzi,
prolusione

produzione:
MATERIALI SONORI
USURA MUSIC

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