18 marzo 2023

Bashir Ahmad Ahmadi - Poesie

BASHIR AHMAD AHMADI

«Caro Bashir, la tua malinconia, a volte ironica e pungente, altre cupa e senza speranza, mi ha sempre colpito, capace di farmi sorridere e portarmi altrove con i tuoi versi struggenti e carichi di tristezza. Ho provato a incunearmi in quello che tu consideravi un destino già scritto, per cercare di riscriverlo, almeno in parte, e far sì che i tuoi versi e la tua storia rimangano con noi».




POESIE

Viene il giorno
Un altro laccio che ci lega le mani
Sullo stretto sentiero cosparso di pietre che si chiama vita
Ci gira e ci trascina
Viene la notte
Nessun cuscino offre un riparo alla nostra vergogna.

[14.11.2004]


Dietro l'alto muro dell'essere straniero
Incredulo che il mondo non ti accolga
Ingaggi una lotta con te se stesso
Hai messo in ordine i frammenti calpestati del tuo pensiero
Uno per uno con nostalgia
Fianco a fianco
Fino a dare un'identità all'unicità della tua solitudine.

[29.01.2005]


Amico mio!
La sorte non splendeva sul nostro resistere
Forse
Fu per quel peccato
Che videro le nostre teste sul patibolo

[25.05.2005]

[NOTA: sfortunatamente il persiano utilizza la medesima parola per significare “amico/amica”, ”compagno/compagna”, ”amato/amata”, quindi non ci è dato sapere se si stia parlando di un uomo o di una donna e del tipo di rapporto intercorrente con l'autore. Pertanto, i primi due versi della poesia potrebbero essere interpretati e tradotti anche in questo modo: “Amico/a mio/a! La sorte non splendeva sulla nostra unione”].


Voglio un giorno
Un giorno dalla vita
Voglio un domani
Un domani che non sia oggi
Né ieri né l'altro ieri
E neanche i giorni prima
Voglio un giorno
Un giorno che
Non sia la ripetizione di altri giorni
Solo un giorno
In cui sedermi a contemplare
Rametto per rametto
I boccioli traboccanti di pace
Dell'albero dell'amore.

[16.07.2011]


Dove? ...forse non lo so
O... forse non ricordo
Se fosse una compagna
Aveva un certo non so che
Il colore dell'amore negli occhi limpidi
Il canto della passione sulle labbra
Aveva qualcosa di speciale
O se!
Fosse il volto ridente dell'amicizia sincera
Poiché aveva un animo puro
Come sorgente cristallina.

[17.07.2011]

[NOTA: Al terzo verso di questa poesia si ripresenta il medesimo problema descritto nella nota precedente: in persiano non vi è distinzione tra i generi].
[traduzione di Luce Lacquaniti e Rachele Ghiloni]
 

IDENTITA’

Una pioggia di sconosciuti
Nulla mi dà rifugio, un tetto

Come si può gridare questo dolore?
Da quale parte di questa terra
di solitudine proviene il vento dell’Oriente

Poiché è in esso
che posso cercare
l’anima, la brezza, il profumo
e il brivido degli amici,
delle case
e delle terre a me vicine.

In questa terra lontana,
in cui gli abbandonati si disperano
E gli sguardi ti rivolgono
soltanto sospetti,
speri in un messaggio di pace,
di amore, di speranza…

ma fin quando questa lettera va attesa,
aspettata

e sperata?

E l’alfabeto dell’amore
in quale polveroso quaderno
in quale vicolo sperduto della storia andrebbe cercato?

Ho lasciato alle spalle
gli anni di lontananza dalla patria
e sto ancora rincorrendo
il mio destino.

Ciò che mi ricordo dal primo giorno di questa
era oscura,
di questa tempesta saccheggiatrice
e di questo maligno vento invernale
che ha bruciato la mia esistenza,
il mio popolo e tutto il mio essere,
è ciò che oggi chiamano:

“ Identità”

ah!

no!
No!
No!

La mia identità no!

Quella me la ricordo ancora.

Prima di quella tempesta sulla mia terra regnava un silenzio mortale
Esso portava notizie dal Ciclone
della morte.

E mi ricordo mia madre
mia madre in quell’addio
che lacrimava gocce di sangue
con quella tremante voce soave.

E mi diceva:

“Vai figlio,
vai
vai figlio,
vai.
Vai ovunque che non sia qui
poiché questa oscura era,
questo uragano devastatore,
ogni tanto appare
ruba, distrugge e brucia tutto ciò che esiste”.

Mi ricordo….
mi disse:
“Mio tenero figlio prendi questa perla preziosa
la quale è il simbolo della tua gente, del tuo popolo .

Essa è la tua terra è la tua lingua.
Sappi valorizzarla tienila,
tienila nel tuo cuore

Poiché questo, è il mio dono a te.
E un giorno ti servirà
se ti chiederanno
se pretenderanno il tuo passato,
questa sarà la narratrice
della storia dei tuoi antenati.

Sìi orgoglioso figlio mio
Tu sei figlio di coloro
che ornarono con i loro eroismo
la nostra patria
e la nostra storia.
Eccoti qua la loro sapienza,
la loro grandezza,
eccoti qua le parole,
le gesta di Zarathustra, Rostam,
eroi ed arcieri
dei signori e poeti...

Disse, disse
e disse ancora …
e un addio
e un altro addio mi disse ancora.
Staccò con dolore
le sue amorevoli mani dalle mie .

E non dirò più nulla su questo
Poiché non potrai mai sapere
quanto quel momento fosse triste
e come ci si sente
a staccare le proprie vene,
a sradicarsi
dalla propria antica terra.

Io non mi ricordo più
in che giorno,
che anno
che mese
ho iniziato questo arduo sentiero?
Cadendo o strisciando proseguivo,
e così
questa era la prima pagina
della mia adolescenza

Eppure mi ricordo,
due occhi color fratellanza
e due mani che mi offrivano
le loro carezze.

Non so in quale strettoia della storia
un demone me le strappò via.

Non vedo più la fine
di questa strada
Le mie gambe erano ali
ma ora sono di peso al corpo
I miei occhi erano fari,
e ora sono coperti
dalla polvere di tristezza

Questa strada
mi sta indicando
la mia tomba
di fronte ai miei occhi.
Mi tormenta di continuo sussurrandomi:
” Morte, perdizione...”

Questa è stata la scorciatoia
per un vicolo cieco
e senza amore.
E io sono stanco
di questa maledizione.
La mia testa
non si è mai abbassata
di fronte ai ricchi e potenti
ma ora
la tristezza
che ho subito,
che ho subito
da ogni pietra di questo deserto,
è diventata troppa.

E’ meglio che mi fermi qui
accanto a questo monumento
rimasto dall’antichità
che si ricorda infinite vicende
che si ricorda infinita tristezza
aspetterò la fine
di questa maledizione.

Aspetterò qui e sarò parte
di questo monumento
Aspetterò
e sarò un faro antico
per i viaggiatori
di queste ardue strade
per i conquistatori
delle città perdute.

[12.09.2002]


ETERNA NOTTE

Nel proseguire dell’eterna notte
inutilmente, quanto inutilmente
io attendevo.
Sulle cime di “Hariva”
accanto alla “Torre di Cenere”
io attendevo
attendevo uno spiraglio, una luce
che portasse la buona notizia dell’arrivo dell’alba
che cantasse l’inno della vittoria
ma io attendevo
inutilmente.
Nel proseguire dell’eterna notte
inutilmente, quanto inutilmente
gridai innumerevoli volte dal dolore dell’anima
e ahimé, il cielo si mostrò sempre più sordo
oppure semplicemente sempre più egoista
e fece finta di niente.
Nel proseguire dell’eterna notte
quando i vampiri stabiliscono leggi da loro chiamate “divine”,
i loro schiavi di turno, spregevoli nell’aspetto e nell’anima,
nei crocevia delle nostre città
impiccano la gente
sperando di eliminare la luce
la libertà.
Nel proseguire dell’eterna notte
c’era una grande armata
che si batteva contro il buio
facendo di sé la carovana della luce.
Furono questi cavalieri a spargere il loro sangue sulla terra
poiché crescesse il seme della libertà
e della speranza.
Nel proseguire dell’eterna notte
le spalle tremanti del nostro saggio padre
l’anziano Zal
narrano la nostra triste storia,
e le lacrime di mille madri
narrano la morte di quelle dolci mimose
che pur di sfuggire dalle braccia dei demoni,
nonostante fossero più innocenti delle rose rosse,
scelsero di andarsene prima dell’alba.
Queste sono le gesta che narrano
la storia di noi della terra di tristezza.
Nel proseguire dell’eterna notte
il demone della follia e della brutalità

tagliava le nostre gole
ricordandoci la nostra unica colpa
“il tuo sangue è diverso da quello della mia gente”.
Nel proseguire dell’eterna notte
l’invasione di questo macabro inverno
saccheggiò e portò via
ciò che ricordavo con orgoglio
perché mi era rimasto ancora
mi era rimasto dai giorni antichi
dagli anni del mio popolo
dalle stagioni della mia storia.
Nel proseguire dell’eterna notte
i gufi che adoravano il buio
bruciarono i giardini, le montagne e le falde
bruciarono la mia casa
ciò che era la luce dei miei occhi.
Dal proseguire dell’eterna notte
se ne vanno emigrando, le rondini
volano via tra pianti e lamentele
e il loro triste canto è la più malaugurante testimonianza
delle mie parole
e dei miei giorni.

[a cura di Gianni Calastri - traduzione e adattamento all’italiano di Nima]
[Il disegno è di Francesco Del Casino]


_____________________________________________________________________________
Gianni Calastri

la BICICLETTA di BASHIR

musiche di Marzio Del Testa e Arlo Bigazzi
poesie di Bashir Ahmad Ahmadi
scenografia di Paolo Pineschi


Lo spettacolo è un intenso monologo che narra la storia di Bashir Ahmad Ahmadi, poeta e profugo afgano che ha vissuto per due anni a Volterra condividendo, assieme anche a Gianni Calastri, l’esperienza Teatro di Nascosto – Hidden Theatre di Annet Henneman, un gruppo internazionale di teatro reportage che condivideva, in diverse forme, le storie di rifugiati e richiedenti asilo.
Attraverso le parole di Bashir, Calastri ci conduce in una strada lunga e tortuosa che va dall’invasione russa dell’Afghanistan, all’arrivo dei talebani, passando per le peripezie drammatiche della fuga attraverso l’Iran e la Turchia fino ad approdare in Italia in compagnia di una vecchia bicicletta.
I versi di Bashir che Calastri declama, o canta alcune volte anche in afgano, ci raccontano di un uomo complesso e diverso dallo stereotipo che abbiamo del profugo. Bashir è un laureato in lettere e questa particolarità si avverte nelle reazioni e nel racconto del suo viaggio: in mezzo a sofferenze e lutti, Bashir vuole studiare, leggere, diventare scrittore. Veniva da Herat, una città chiamata la Firenze d’Oriente e per questo motivo, quando gli prospetteranno la possibilità di trasferirsi a Firenze, lui accetterà immediatamente.
Gianni fa così rivivere il suo amico Bashir narrandolo attraverso le sue parole e l’uso di un semplicissimo apparato scenografico: una bicicletta. E lo fa usando pochi artifici mimici, spostandosi sulla sella, nascondendocisi dietro, salendoci sopra. I viaggi fisici ed esistenziali di Bashir sono rievocati proprio attraverso la sua bicicletta, che si trasforma via via in quegli strumenti che l’hanno mosso e commosso, sospinto da una terra all'altra, travalicando i confini dell'identità per approdare a un destino che è di tutti, ma anche di ogni singolo individuo.
Bashir era soprattutto un poeta e la sua storia e i suoi versi, accompagnati dalla musica dal vivo di Marzio Del Testa alle percussioni acustiche ed elettroniche e Arlo Bigazzi al basso elettrico, hanno la forza di portarci in un altrove mentre parla alla nostra anima.
Perché ciò che Bashir ci ha lasciato, in fin dei conti, è la sua poesia.

a cura di Collettivo Distillerie e Materiali Sonori



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